4 ottobre 2013

mamma mia dammi 100 lire

Quando ho iniziato l'università ero molto convinta di quello che avrei voluto fare da grande.
Poi ho cambiato idea. Ma questa è un'altra storia.
Mi ero iscritta a Psicologia, per la precisione Psicologia dello sviluppo. La mia tesi triennale è arrivata dopo un percorso intenso e molto interessante legato al mondo dell'immigrazione, intrapreso con il mio professore di antropologia culturale, e l'ho amata moltissimo.
Riguardava l'etnopsichiatria infantile, in particolare l'approccio di George Devereux e della sua allieva Marie Rose Moro.
Vorrei riuscire a farla breve: l'etnopischiatria da un punto di vista metodologico si fonda sul complementarismo, ovvero i fenomeni umani vengono considerati secondo una prospettiva sia psicoanalitica che secondo una prospettiva antropologica. Tra le due discipline solo la psicoanalisi è chiamata ad indurre i cambiamenti mentre l'antropologia permette la comprensione dei fattori collettivi, delle rappresentazioni sociali e culturali che strutturano l'identità umana e la sua organizzazione.
L'importanza di questo approccio, specie se rivolto a chi arriva da una cultura differente, a chi vive e ha vissuto il trauma della migrazione permette di cogliere aspetti diversi del medesimo oggetto. Per questo il gruppo di terapia comprende varie figure, antropologi, linguisti, psicologi così da permettere la comprensione dell'altro "situato".

Si intuiva già allora la mia diffidenza per il modo di guardare alle cose della psicologia pura. Diffidenza che mi ha portato a scegliere percorsi molto diversi e più concreti per proseguire i miei studi. Percorsi devo dire anche meno intensi e coinvolgenti da un punto di vista emotivo e personale. Più semplici. A fronte dell'ammissione che non tutti possono essere psicologi. Perchè è un lavoro importantissimo e da non sottovalutare. Va fatto bene. E si deve lavorare tanto su di sé per poter accogliere senza giudizio o preconcetti il dolore e le difficoltà dell'altro.
Ma questa come dicevo è un'altra storia.

L'immigrazione ed i suoi protagonisti sono sempre stati un argomento che ha catturato la mia attenzione, la mia curiosità e la mia solidarietà. Ho lavorato al loro fianco per un periodo e ne conservo ricordi bellissimi. La bellezza data dal coraggio di chi ha scelto di cambiare. Perchè non aveva altra scelta.
Credo nel bello del diverso. Vorrei una società il più multietnica possibile.
Ammiro la ricchezza e la complessità delle esperienze e dei vissuti che un emigrante porta con sè.
Ho vissuto un anno negli Stati Uniti e ho adorato avere amici di tutti i colori e di tutte le usanze. Ho imparato tanto. Ho mangiato spaghetti vietnamiti e vero curry indiano, ho ballato danze portoricane e messicane, ho provato varie acconciature afro e ho imparato un pò di dialetto siciliano da una nipote di migranti italiani.
Un pò mi sono sempre sentita migrante anch'io, per quanto molto ma molto fortunata, prima seguendo mio padre e il suo lavoro in giro per l'Italia e poi seguendo l'istinto camuffato sotto il "vado a studiare fuori casa". Non sentendomi mai davvero a casa del tutto, mai in nessun posto, perchè un pò avevo messo radici lì, ma un pò le volevo lasciate anche là.

Credo che il nostro paese abbia sbagliato completamente nelle politiche e nei toni e che dimostri in continuazione di non saper accogliere, perchè chiuso, bigotto, rude e arretrato. E sicuramente molto impreparato. E lasciato solo. Lampedusa è lasciata sola e io, qui dal mio calduccio comodo, posso solo dire grazie ai suoi abitanti.
Si deve fare qualcosa. Di diverso. Non ho la risposta, non so quale sia la strada migliore, non saprei da che parte cominciare. Ma so che prima si aprono le braccia e poi si troverà tutti insieme una soluzione.

Lo diceva Bauman: "Le porte possono anche essere sbarrate, ma il problema non si risolverà, per quanto massicci possono essere i lucchetti. Lucchetti e catenacci non possono certo domare o indebolire le forze che causano l'emigrazione; possono contribuire o occultare i problemi alla vista e alla mente, ma non a farli scomparire."


I morti di oggi a Lampedusa (mentre scriviamo sono cento) vanno ad aggiungersi agli altri 20mila che sono morti nel Mediterraneo negli ultimi vent'anni. Fino a quando considereremo naturale che il mar Mediterraneo sia il più grande cimitero del mondo? Fino a quando accetteremo di tenerci politiche migratorie criminali, che trasformano i disperati in clandestini, e per questo delinquenti? Fino a quando lasceremo che chi scappa dalla guerra e dalla miseria abbia, come unica possibilità, quella di affidarsi a uno scafista che poi li butta in mare a frustate? Fino a quando accetteremo di essere corresponsabili di una strage quotidiana di donne, uomini, bambini la cui unica colpa è inseguire la speranza di una vita migliore? Fino a quando Lampedusa e gli altri porti di sbarco saranno lasciati soli a seppellire i morti, nell'indifferenza dell'Italia e dell'Europa? Non abbiamo più voglia, davanti a cento cadaveri, di ascoltare l'ipocrisia di chi oggi si veste a lutto mentre ieri firmava le leggi sull'immigrazione che riempiono il mare di morte, l'ipocrisia di chi oggi si dispera ma domani non farà niente per cambiarle. Vogliamo risposte. Vogliamo un Paese che, come dice la nostra Costituzione, "riconosce e garantisce i diritti fondamentali dell'uomo": diritti che invece muoiono ogni giorno davanti ai nostri occhi, insieme a centinaia di persone.
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8 commenti:

  1. brava. bel post. concordo. Ma ti posso assicurare che esistono posti bene più arretrati, rudi, bigotti e chiusi dell'italia. Che alla fine li ha accolti sempre tutti, anche non potendoselo permettere. posso dirti che vivo in un paese dove se sei senza un contratto di lavoro non entri. Io per viverci ho avuto bisogno di uno sponsor, mio marito, e lui idem la sua azienda. Abbiamo dovuto fare esami pazzeschi per dimostrare di non avere malattie. Un protocollo che non si discute. Sai che sono dovuto arrivare fino a Pavia per fare esame della filaria? una malattia che in Italia non esiste, si sono registrati alcuni casi solo per i cani. Sai che noi sogniamo l'Australia? sai che lì è ancora più difficile? Giusto, sbagliato? Non so. Tutto ciò solo per dirti che chiusi e bigotti no. Li abbiamo accolti anche se a malincuore, io ho visto le campagne pugliesi pieni di africani, e la loro disperazione mette paura. Così i bellissimi borghi marchigiani, ormai pieni solo di vecchi si sono ripopolati con loro. La verità però che non si integrano, perchè molte possibilità non ci sono. E lì in quei borghi per la prima volta sono comparsi i furti...che poi mica solo loro...ormai senza soldi e senza lavoro sono in tanti, anche gli italiani. Io pensavo a tutti quei bimbi, alle loro mamme alla sofferenza patita anche prima di partire, di arrivare su quella nave maledetta. Non va bene. E non possiamo essere lasciati da soli a gestire qs immane tragedia.

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    1. Sono sicura che tutti i paesi abbiano i loro pro e i loro contro e il nostro non è certo il peggiore. Però un però c'è. E io parlo di politica bigotta chiusa irrispettosa e spesso molto lontana dalle persone che sanno accogliere. Perché basta guardare Lampedusa e i suoi abitanti... Perché se chi comanda confonde a priori disperati e fuorilegge non ne usciremo mai. Finché si mette la gente nella condizione di avere paura a raccogliere della povera gente in mare perché si teme la legge che punisce chi "favorisce" la clandestinità. Quando si crea una cultura dove i medici possono scegliere se curare oppure no a discapito della provenienza beh io non ci sto. E mi vergogno che oggi siano tutti in lutto . Spinoza l'ha messa come battuta ma è la verità: si nega la cittadinanza anche a chi partecipa alla vita di questo paese ma si indice lutto nazionale per un giorno. Per poi dimenticarsene perché i problemi di poltrona sono più importanti e il diverso e' sempre il bersaglio più facile. Mi spiace ma ho proprio questa visione del mio paese...

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  2. Anche secondo me il "diverso" è bello. Anzi, bellissimo!

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  3. cara Cecilia, io non so davvero quale potrebbe essere la soluzione a tutto questo...so solo che mi basta entrare in un supermercato, camminare per le strade, sentire la chiacchiere fuori dall'asilo di mio figlio e percepire spesso solo tanta ignoranza, grettezza e davvero poca solidarietà. ho scelto per mio figlio una scuola comunale proprio perché si potesse confrontare con altre realtà, bimbi arabi, cinesi, verso i quali vedo molto razzismo e da parte degli stessi genitori la poca voglia di farli integrare. (Roma non è una vera metropoli, ne ha solo i difetti, è in realtà una grande provincia)
    A volte anche io mi vorrei nascondere o scappare e cerco rifugio nella mia famiglia perché tutto quello che vedo al di fuori davvero non mi piace....

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  4. Più che chiuso e bigotto, direi molto molto impreparato. Non riusciamo a far fronte alle ns necessità e ci vediamo arrivare questi poveri cristi in cerca di un futuro, di una speranza, che muore lungo il tragitto....

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  5. bellissimo post....
    a volte noi italiani consideriamo gli altri emigranti e ci dimentichiamo che noi in primis abbiamo avuto un passato di grandi emigrazione e di grandi povertà....

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  6. misspandorabis7 ottobre 2013 12:37

    e direi che spesso non riusciamo proprio ad essere tolleranti.....mi da fastidio sentir dire che si tratta di "clandestini"...io questa parola la abolirei proprio dal dizionario....mi da fastidio sentir dire che non "possiamo" accoglierli perchè non c'è lavoro per noi figurati per loro.....non ci sono case popolari per noi....figurati per loro quando poi il 99% di loro vuole andare da tutt'altra parte e non ci pensa proprio a rimanere in italia. Sono discorsi chiusi e gretti hai ragione e la nostra politica si chiude gli occhi davanti a tutto questo salvo poi indire lutto nazionale....che ipocrisia!

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