25 novembre 2014

due mesi fa, oggi - aka il mio ultimo parto, in tutti i sensi.


Sono passati due mesi. Direi che è un tempo sufficientemente lungo per ripensare a quel giorno. Perchè insomma, emozionante sì ma anche un pò splatter, e quando le ferite si sentono ancora meglio parlare del tempo.
Che sarebbe successo lo sapevo. Voglio dire, anche se la ragazza non ne aveva l'intenzione sapevo che prima o poi sarebbe sbucata fuori.
Ed è andata così.
Visto il superamento del termine e la sua poca voglia di farci sentire le sue urla, la mia ginecologa mi ha spostata di ospedale, da quello tranquillo e piccolo al mega ospedalone di Padova, pronto a qualsiasi evenienza.
Un supermercato delle nascite, un bazar di pance e una palestra per tirocinanti.

Più che altro era l'unico posto dove mi avrebbero fatto i monitoraggi quotidiani. In quello dove avevo partorito Pietro non era possibile per mancanza di personale. Quando senti queste cose, in un'ospedale pubblico, ti assale il dubbio atroce che forse stai facendo una cazzata a mettere al mondo qualcuno in questo paese. Che non abbiamo capito nulla. Che spero cambi, per Lei.
Comunque sta di fatto che al mega ospedalone ti trattano come l'ennesima ma almeno i monitoraggi te li fanno.
Venga qui tutti i giorni e si porti la valigia.
Voglio dire avevo anche la valigia pronta da giorni, cioè ero organizzata, ma Lei niente.
Mercoledì 24 settembre, passata inutilmente anche la luna giusta, mi rimandano a casa dopo il monitoraggio, vieni domani che decidiamo se fare subito l'induzione o al massimo venerdì.
Vedevo un traguardo. Una fine. La fine di Panza, l'inizio di Urletta.
Giovedì mattina, esattamente due mesi fa oggi, devo essere lì alle 7.30. Io e Lui partiamo praticamente all'alba, mia madre era da noi che incrociava le dita perchè il giorno dopo avrebbe avuto un impegno di lavoro inderogabile e sarebbe dovuta ripartire, probabilmente senza vedere subitissimissimo la nipote. Potete immaginare la sua ansia. E la mia, le cui preoccupazioni però era ben altre.
Monitoraggio ok, io non avevo nessuna contrazione giusta, alla visita scoprono che invece c'è un minimo di dilatazione. 2.
Bene, torni domani alla stessa ora per l'induzione. Se però le partono le contrazioni serie venga pure prima. 
No guardi, pensavo di aspettare domani a tutti i costi. grazie.
C'era il sole, una madre che parla parla parla visibilmente eccitata, un'amica che la sa tenere a bada e la mia fame da lupi. Ci siamo sedute in piazza, all'aperto e io mi sono mangiata una brioche alla crema degna di questo nome. Loro parlavano, parlavano, parlavano.
Io ho visto passare una ragazza, una che incontravo sempre al centro di procreazione assistita. Non ci siamo mai parlate, ma sempre sorrise. Spingeva una carrozzina. E io sono scoppiata a piangere. Loro parlavano e non hanno ben capito. E' stato bellissimo.
E poi sono arrivate. Forti, decise, immediate. Una ogni otto minuti, poi ogni cinque.
E io ero seduta in pieno centro, la macchina era parcheggiata lontanissima ed ero sola con mia madre che non sa gestire il panico. Per niente.
No il taxi non lo voglio, camminiamo fino alla macchina.
Che male cacchio.
In ospedale, esattamente tre ore dopo la visita, ero di nuovo attaccata a fare il monitoraggio. E non erano più ogni cinque minuti, ma ogni dieci.
Vuoi andare a casa?
Ma siete pazzi?????
Allora dai, in sala travaglio forza. Lei signora non può restare. Chiami pure il marito.
Eravamo due in quella sala, una con le acque rotte e nessuna contrazione e io con contrazioni forti e niente acque rotte. Mi hanno lasciata lì un pò. Giusto qualche domanda ogni tanto. Quelle di routine. Tre gravidanze, un aborto. Stava scritto ovunque nella cartella.
Ma potete darmi qualcosa? 
Ma no signora, poi non è mia il primo che esce di là. 
Va beh, grazie di nuovo.
Poi finalmente fanno entrare lui. Che sta lì ma che come ogni uomo in queste situazioni si vede lontano un miglio che non ha la più pallida idea di quello che potrebbe fare. Per fortuna lui è uno silenzioso.
Venga che andiamo a rompere le acque. E qui Santo Google si è sbagliato. Avevo letto che se te le rompono loro fa malissimo. Balle. Non senti nulla.
Bene, torni pure in sala travaglio che adesso ti diamo un pò di ossitocina, perchè qui non procede e noi abbiamo tanto altro da fare.
E così hanno dato inizio alle danze. E lui veniva sbattuto fuori e fatto rientrare, perchè non ero sola e anche l'altra andava visitata.
Finchè ho cominciato a chiedere pietà. Perchè cazzo non mi ricordavo che facevano così male?
Cominci pure a spingere.
Ma come, qui? Ebbene sì.
Ma e Lui?
Lui lo prepariamo per la sala parto, tranquilla ci sarà.
Dai prova spingi.
Non ce la faccio.
E invece sì.
Questo dialogo è stato ripetuto e intercalato da parecchi urli. E si, non urla solo mia figlia.
Poi ok è ora andiamo in sala parto.
Forza ci andiamo camminando.
Come camminando? ma siete impazziti?
Ho camminato.
E poi lì è così freddo, brutto, verde e abbagliante, tu stai così male che ti sembra non finisca più, Lui c'è e poi tutto finisce. Non chiedetemi quante spinte, non lo so. Il dolore annebbia. So solo che me l'hanno posata lì, pancia a pancia, e lei ha aperto un pò gli occhi.
Urlava, ovviamente.
Bella e così tremendamente uguale a suo fratello. Solo che con mille capelli. E è stato un flusso di ricordi, di stranezza, di incredulità.
Pensavo che avrei pianto e pianto. E invece no. Me la sono guardata. Nemmeno una lacrima. Me l'hanno lasciata tanto.
Per poi togliermela per i vari controlli.
3,480 grammi. 49 centimetri. 1000 capelli neri.
Poi mi hanno ricucita. Non l'avevo provata quest'esperienza prima. E' una di quelle cose che è meglio non provare. Ah ho visto la placenta. Bleah. Un alien. Si poteva anche farla più bellina visto che è così importante.
Basta vi prego.
Certo che ne ha di voce, dice lui che intanto se la sta abbracciando.
E poi la portano via. E io rimango sola per un pò, vicino alla sala parto.
E' la prassi.
Dopo aver rotto abbondantemente le palle a tutti mi mandano in camera e con molta calma, troppa, me la riportano. Ce la riportano. E siamo noi tre.
Lei urla, noi emozionati. Strani. Increduli.
E siamo partiti così.
Welcome to our life.

9 commenti:

  1. Oh come ho pianto. Ma ho pianto "bello"...emozione.... Tutti gli auguri del mondo, anche due mesi dopo.

    RispondiElimina
  2. Che meraviglia! Ogi tua parola è emozione...belli!! Siete belli!!

    RispondiElimina
  3. Finalmente il racconto...
    Lacrimuccia da parte mia, come minimo.
    Brivido sulla schiena a leggere del taglia e cuci. Ma vabbè..
    Una cosa che non ti invidio: contrazioni con mia mamma! :-)

    RispondiElimina
  4. ho rivisto il mio parto, con tanto di nana di 49 cm, stesso peso della tua, e stessi mille capelli neri sulla pancia che mi guardava. E la ricucitura (peggio del parto) e l'ospedale pubblico (con tirocinanti)...AUGURI PER QUESTI DUE MESI <3

    RispondiElimina
  5. Tanti auguri per questi primi due mesi assieme, in mezzo a tante lacrime 😊

    RispondiElimina
  6. Che emozione! Anche noi abbiamo dovuto cambiare ospedale all'ultimo per andare in una grande struttura in grado di affrontare ogni evenienza... O.O
    Poi visto che ho dovuto fare un cesareo d'urgenza ne sono stata felice ;)

    RispondiElimina
  7. Oltre alla bellezza del racconto ho pensato sorridendo che Ada abbia di gran lunga preferito una brioche alla crema per dar via alla sua nascita, piuttosto che un'induzione. Sono quei dettagli che poi sono bellissimi da raccontare in occasione dei loro compleanni.
    ps peccato a dir poco che non sempre si possa avere la sicurezza ed efficienza di un ospedale tradizionale con un atteggiamento più naturale e meno "ospedaliero-protocollo" verso chi è lì per partorire...

    RispondiElimina
  8. Emozioneeeeeeee
    vero che quando ti rompono le acque e' l'ultima delle preoccupazioni e cmq non fa male? L'ossitocina pero' si...ouch Sei stata bravissima!!
    (evviva anche per la tua compare di pma :-))

    RispondiElimina
  9. Oh, l'ospedalone.
    Peccato.
    Perché ci sono tante cose che si potevano evitare.
    Ma l'ospedalone è così.
    Il primo l'ho partorito nell'ospedaletto, una via di mezzo tra l'one e l'ino, e le acque me le hanno rotte "per forza se no non si va avanti".
    L'altro è nato in casa. Con "la camicia", come si dice, ovvero con il sacco integro.
    Quello che cambia è la testa, nostra e loro. Prima di tutto loro, del personale che ti accompagna in questa avventura. E che non è mai perfetto se non imparate a conoscervi prima.
    Io non ho ancora deciso se sarà l'ultimo. Ma più cresce più penso di si.
    Ma poi non so. Boh.
    Scrivilo anche su un foglio e daglielo quando sarà grande.

    RispondiElimina